Sapore di sale, sapore di… microplastiche!

La pericolosità delle microplastiche è ormai ben riconosciuta anche dal grande pubblico. Nonostante ciò, molti continuano ad ignorare.

Sapore di sale, sapore di…microplastiche!

La pericolosità delle microplastiche è ormai ben riconosciuta anche dal grande pubblico. Nonostante ciò, molti continuano ad ignorare quanto queste possano essere insidiose e quanto bisogna porre un freno al degrado, prima che sia troppo tardi. Purtroppo, recenti studi ne hanno confermato la vasta presenza anche nel sale da cucina.

Il sale da cucina, nome comune per i cristalli composti principalmente da cloruro di sodio (NaCl) ed altri elementi, è diventato ormai un elemento indispensabile nella vita di tutti i giorni, prettamente per scopi alimentari.

La sua importanza lo ha destinato al consumo da parte del grande pubblico, ed è qui che si comprende quanto possa essere pericolosa la contaminazione del sale nei confronti della salute dei cittadini. Esistono già evidenti rischi per la salute che derivano da un uso improprio di questo esaltatore di sapori, ma oggi non ci soffermeremo su questo. Ci sono fior fiore di chimici, nutrizionisti ed esperti del settore che potrebbero spiegare meglio di noi le motivazioni salutistiche, mentre invece noi oggi vi parliamo di un fattore spesso sottovalutato dai più: la presenza delle microplastiche nel sale alimentare.

Cosa sono le microplastiche?

Per microplastiche, si intendono i frammenti di materie – appunto – plastiche con dimensioni inferiori ai 5 mm, risultando spesso anche invisibili ad occhio nudo (possono arrivare fino a 330 millesimi di millimetro!).

La loro presenza nei mari è tanto ovvia quanto inquietante: un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) stima che vi siano ben 63 320 particelle di microplastica per ogni chilometro quadrato di oceano.

Queste derivano dalla lenta degradazione degli imballaggi e delle bottiglie di plastica che, tristemente, invadono le acque del nostro pianeta. La loro presenza è talmente massiccia che queste riescono a depositarsi persino nelle saline, dove il sale viene raccolto tramite lavorazione con apposite vasche di deposito.

Cosa dicono gli studi?

Una ricerca scientifica, pubblicata su Environmental Science & Technology e costituitasi grazie alla sinergia tra Greenpeace e la National Incheon University (Corea del Sud), rivela come dall’indagine di 39 campioni di sale alimentare ben 36 contenevano frammenti di plastica inferiori ai 5 mm.

Praticamente, il 92% dei campioni di sale analizzati contiene microplastiche.

Tra i campioni analizzati, vi è anche l’Italia come paese di origine e la cosa più preoccupante risulta essere la presenza di queste microplastiche persino nei sali di estrazione mineraria e lacustre. Da questo interessante studio (di cui riportiamo la fonte di seguito) si evince come questi dannosi frammenti di plastica siano ormai onnipresenti sulla faccia della terra. E questo studio risale al 2018, pensate come in questi anni possa essere peggiorata ulteriormente la situazione.

Quali danni provocano le microplastiche?

Queste materie vengono assorbite facilmente dalla fauna marina: l’ISPRA stima che il 15-20% delle specie marine destinate al consumo alimentare sono avvelenate da microplastiche.

I frammenti di plastica, di per sé, possono essere molto dannosi perché fanno da spugne per elementi pericolosi i quali vengono poi rilasciati nell’organismo sia umano che animale all’atto dell’assimilazione: citiamo, ad esempio, gli inquinanti organici persistenti (Pop) – che comprendono i policlorobifenili (Pcb) e il diclorodifeniltricloroetano (ddt).

Questi sono chiamati così perché risultano molto tossici e resistenti alla decomposizione.

Cosa possiamo fare?

Purtroppo, arrivati a questa fase, possiamo solo limitare il problema, dal momento che tutte le microplastiche nell’oceano sarebbe impossibili da rimuovere per intero. Questa condizione è aggravata dal fatto che le microplastiche risultano spesso molto piccole. Per limitarne l’immissione nelle acque, possiamo seguire diversi accorgimenti:

  • Ridurre al minimo indispensabile il consumo di imballaggi;
  • Favorire l’acquisto di vestiario non sintetico ove possibile (dato che il lavaggio degli abiti in poliestere, acrilico e poliammide contribuisce al rilascio di microfibre non organiche);
  • Evitare di abbandonare pneumatici nell’ambiente i quali si degradano e rilasciano frammenti molto pericolosi;
  • Regola d’oro – una volta prodotti rifiuti in plastica, conferirli correttamente e destinarli a nuova vita tramite il riciclo.

 

Queste sono alcune delle linee guida per il singolo cittadino volte al contenimento del problema. Vi invitiamo caldamente a seguirle e, se possibile, a trovarne di nuove e più efficaci. Si stima che nel 2050 ci potrebbero essere più frammenti di microplastica che pesci nell’oceano. Vogliamo davvero arrivare a questo punto?


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